Mons. Antonio Raimondo Tore

di Raimondo Bonu

 

 

 

Fiore di Montagna

 

Nacque a Tonara, nell'alta montagna della Barbagia centrale, agli inizi di un gelido inverno, il 21 dicembre 1781. Il padre, Giovanni, esercitava lodevolmente la professione di chirurgo, il cui titolo egli aveva conseguito alla Scuola del piemontese Michele Plazza, nell'Università di Cagliari, il 21 gennaio 1775; la madre, Anna Cabras, apparteneva alla famiglia di quell'avvocato Vincenzo Cabras, che, prima lasciato in disparte e sottovalutato, prese parte attiva ai moti rivoluzionari di Cagliari nel 1794, poi, diventato intendente generale dell'isola e presidente della Corte dei Conti di Torino, servì lealmente il sovrano e lo Stato.

Antonio Raimondo Tore ebbe una madre che sentì alta la sua missione educativa. La donna forte fu ben lontana dalle innovazioni ardite e dai sistemi pedagogici che pensatori tedeschi e filosofi illuministi andavano diffondendo dalla Germania e dalla Francia in gran parte dell'Europa: per la donna appartata di Barbagia bastavano l'istinto di madre intelligente e la saggezza di una gente antica, perché potesse proiettare sul figlio la presenza operante della propria virtù e la viva realtà del proprio animo buono, generoso, tetragono ai colpi di ventura.

Suoi primi insegnanti di Cagliari, lo zio dianzi menzionato, curò con affetto il suo piccolo, perché da una parte egli venisse sviluppando armoniosamente le sue qualità morali e fisiche, e dall'altra parte potesse continuare fedelmente la sua devozione verso la vergine Madre - venerazione e culto mai venuti meno nei paesi dell'alta montagna sarda - e allo stesso tempo sapesse corrispondere all'accorto insegnamento che il padre e il parroco dottor Michele Porru gli venivano impartendo. L'albero in fiore

 

Nell'ambiente delicatamente severo di famiglia, all'ingegno precoce del fanciullo seguì prestamente una forza non comune di volontà. Sembrava che la sua natura, pronta e dominatrice nel sorriso luminoso, traesse ispirazione e stimolo dalle pendici aeree dei suoi monti rupigni.

Fu pertanto di buon auspicio che quell'ambiente di persone e di luoghi integrasse i primi frutti della < scoletta> paesana, seguita per circa 5 anni con le ristrette materie del tempo - prima e seconda grammatica, aritmetica, nozioni varie -: tutto il modesto corredo umano e culturale accompagnò a Cagliari il piccolo decenne, perché fosse rivestito di forma adeguata e reso sensibilmente robusto sotto lo sguardo di altri educatori.

Primo tra tutti fu uno zio canonico, Antonio Cabras, che da suo padre Vincenzo aveva ereditato facilità di pratiche legali e di attitudini politiche, qualità non separate dalla diffusa rinomanza di fiorito oratore sacro e perfino di facile scrittore.

Antonio Raimondo Tore entrò ben presto nel seminario tridentino, posto allora in via Università: nell'istituto di formazione al sacerdozio il piccolo aspirante compì in due anni il corso regolare di umanità e l'altro di rettorica; dopo il biennio di filosofia e il triennio di teologia, coronò i suoi studi con una laurea brillante. Non aveva ancora 17 anni.

 

 

 

I primi frutti

 

Per la giovanissima età che gli vietava l'ordinazione sacerdotale, il dottor Tore occupò i suoi cinque anni di aspettativa nella predicazione sacra con tanto frutto che fu acclamato uno dei primi predicatori del regno.

Scrisse ed espose l'elogio funebre della regina Maria Adelaide nel 1802; qualche decennio più tardi avrebbe scritto più profondamente l'elogio funebre di Carlo Emanuele IV e di Vittorio Emanuele I.

Intanto il dottor Tore aveva principiato e portato alle prime cento pagine il volume manoscritto delle sue prediche, che andò purtroppo perduto. Sui trecento fogli complessivi di ottima carta di Fabriano dal formato di 20 cm. per 12 si leggevano benissimo i caratteri minutissimi di circa 35 linee per pagina. E fu tutta scrittura di suo pugno. Nella predicazione sacra allora teneva il primato uno dei suoi primi insegnanti di Cagliari lo zio dianzi menzionato, Antonio: egli fu successivamente avvocato, sacerdote, canonico, dottore di Collegio nell'Università di Cagliari e assessore del Tribunale Ecclesiastico a Cagliari e a Oristano. Di lui notò il Tola nel suo Dizionario biogrqfico degli Uomini Illustri di Sardegna: «fu tenuto al cielo... se piacque ai contemporanei egli non pensò forse che scrivesse pe' posteri».

 

 

 

Tra i familiari di Cagliari

 

Attinente alla vita cittadina del giovane Tore, non torna inopportuno l'accenno di altre due particolari congiunte di lui: Vincenza e Teresa Cabras, sorelle del suddetto canonico. La prima di cui l'umile e grande fra Ignazio da Laconi aveva predetto la vocazione religiosa e la lunga vita di monaca, morì a 68 anni d'età il 26 marzo 1846, dopo essere stata badessa nel convento di S. Chiara a Cagliari, col nome di Suor Maria Vincenza; l'altra sorella, Teresa, sposò un brillante avvocato del foro cagliaritano, Efisio Pintor Sirigu (1765-1814). Questi si formò nello studio legale dell'avvocato Vincenzo e con lui partecipò alle tumultuose vicende politiche di quegli anni: prima, amico e fautore di Giovanni Maria Angioi, fu poi nel numero dei suoi implacabili avversari. Così poté raggiungere il sogno delle sue aspirazioni: dignità ed onori.

Scrivendo nella poesia dialettale del cagliaritano, egli non tralasciò di presentare maligne insinuazioni contro molte persone e determinati avvenimenti.

 

 

 

Minister Christi

 

Finalmente per il dottor Tore venne la sospirata età dei 22 anni con suo sommo giubilo fu ordinato sacerdote. Il suo slancio, fino allora quasi compresso e tarpato, si sciolse esuberante, ma metodico, in un'ascensione rapida e apprezzata. Dal 1805 al 1808 fu vicario parrocchiale in Atzara; dal 1808 al 14 febbraio 1814 fu parroco e vicario foraneo in Aritzo; dal 1814 al 1820 fu parroco a Sorgono.

L'esame dei libri parrocchiali ci mostra la sua figura dominante e precisa. Nella razionale distribuzione del servizio per amministrare i sacramenti nelle chiese e per dare l'assistenza notturna e diurna ai malati; nel governo dei vasti beni parrocchiali come anche nella istruzione integrativa al numeroso clero parrocchiale, il dottor Tore non si concede pace né riposo. Egli scrive poco, ma opera molto; la sua scrittura è quasi diritta, piuttosto piena, direi quasi severa, come diritta e piena è la sua opera sacerdotale; egli vigila, ispeziona, rivede, corregge: ha riservato per sé la predicazione e la direzione generale delle parrocchie rette da lui nei 15 anni di ministero sacerdotale, che compiva in mezzo ai fedeli contermini alla sua terra e dei quali conosceva carattere, abitudini, aspirazioni, tendenze.

Intanto la sua parentela si dilatava per numero di persone e per distinzione di pietà e di dottrina. Dalla sorella Anna Maria Tore erano nati tre figli: il primo fu il sacerdote Giovanni Pruneddu (1808-1858) dottore in utroque e parroco intraprendente di Tonara; l'altro fu l'avvocato Antonio, capodivisione del Vicerè di Cagliari; la terza sorella fu madre del sacerdote Pietro Carboni, parroco di Gadoni per un ventennio, poi di Desulo dal 1882 al 1908, data della sua morte. E non basta.

Lo zio materno Alessio Cabras fu sacerdote a Tonara nel 1805, ivi delegato per 3 anni e poi parroco dal 1808 al 1827: infine fu canonico ad Oristano dove mori nel 1835. Un suo fratello, Francesco Cabras, chiamato a Cagliari dallo zio, il menzionato intendente generale Vincenzo, si laureò in leggi, poi fu coadiutore del vecchio parroco di Laconi, dal 1806 al 1811, quindi parroco effettivo fino alla sua morte, avvenuta il 30 ottobre 1846: coltivò lo splendore e 1' ospitalità, e arricchì di marmi e di argenteria la parrocchia da lui in gran parte ricostruita, curando anche di legarle la somma, allora cospicua di 500 scudi. Un altro fratello, Tommaso Cabras, già parroco di Guasila, nel 1803 figura parroco in Meana Sardo, di cui ricostruisce ed abbellisce la parrocchia; dopo essere stato amministratore apostolico della diocesi di Tortolì, lega in Lanusei i suoi beni ai figli del fratello, notaro Giuseppe Cabras, e nomina esecutore testamentario il fratello, parroco di Laconi.

Non va taciuto, in questa schiera della parentela del dottor Tore, il nome del minore conventuale P. Michele Todde, che fu educato in Desulo, da fanciullo presso lo zio, il parroco Carboni, e diventò valoroso cappellano militare nella Brigata «Sassari» durante la I guerra mondiale. Morendo novantenne il 24 settembre 1972 in Assisi, lasciò esempio di grandi virtù. Altre notizie sulla famiglia «Cabras» ha tratto da archivi il compianto medico di Tuili, dottor Antonio Cabras: pubblicò le sue valide ricerche in Siena (Cantagalli, 1949).

 

 

 

A1 timone: Vicario Capitolare

 

La serietà del carattere e lo zelo sacerdotale spiegati nelle parrocchie avevano attirato lo sguardo dei superiori ecclesiastici di Oristano sul giovane dottor Tore, che nel 1820 il recente arcivescovo Giovanni Antioco Azzei nominò canonico teologale e vicario generale. E morto il pio arcivescovo, che veniva dalla ricostituita diocesi di Ozieri, il 4 dicembre 1821, canonico Tore fu eletto 9 giorni dopo vicario capitolare. Egli, che sembrava nato per comandare, sapeva anche lavorare come un umile gregario, specialmente con l'esempio e nella formazione dei parroci.

Nella sua qualità di vicario generale capitolare eseguì infatti con tatto e prudenza opera religiosa e civile, altamente benemerita.

È il periodo aureo della sua attività. Egli ordinariamente dettava e si preoccupava di adeguare la sua parola scritta, come faceva per la parola parlata, alle condizioni intellettuali dei fedeli. Malo stile è vigoroso e denso di raziocinio: i lievi errori di ortografia e di punteggiatura sono dovuti ai difetti del tempo e ai sacerdoti amanuensi, i quali furono allevati in una lingua che non fu l'italiana e protrassero nei registri parrocchiali, fino al 1832, l'uso di uno spagnolo decadente.

Una nota particolare si deve aggiungere per la cura e lo zelo con cui il Tore conservò nell'Aula capitolare il cosiddetto «Tesoro del Duomo» (croci, calici, anfore, pianete ecc ...), mentre nel suo ufficio di Curia, accanto a sé, volle tenere due rinomati borchioni di bronzo dell'epoca medioevale (2).

 

 

 

 

(2) Uno dei due borchioni fu danneggiato nel 1963 da un tale, che con un suo martelletto riuscì a colpire il bordo sinistro del bronzo, staccandone alcuni pezzetti che riportavano inciso il primo X del secolo e il primo X del decennio. È noto che la data di fusione, a. 1228, figura in lettere romane, non nella forma completa MCCXXVIII, ma nelle sole due lettere M e V (la M ha incluse due C nell'angolo superiore e due X nello spazio inferiore, mentre la V racchiude tre I).

Il duplice stato del borchione - integro prima, danneggiato poi - si può vedere in R. BONU «Serie cronologica», cit., a. 1959, fig. 6, e «Oristano nel suo Duomo», a. 1973, tav. 13. L'opera direttiva

 

Tra le più importanti circolari del vicario capitolare si ricordano le seguenti:

13 dicembre 1819: 1' lettera circolare al clero dell' archidiocesi; 12 febbraio 1822: Indulto quaresimale; 8 giugno 1822: Immunità d'asilo nelle chiese da non concedersi più al delinquenti perseguitati dalla giustizia; 22 agosto 1823: Annunzio dell'istituzione della «Scuola normale», sotto la vigilanza o anche, per mancanza del corpo insegnante, sotto la diretta dipendenza dei parroci delle singole parrocchie; 20 novembre 1824: Rinnovata proibizione di inumare i defunti nelle chiese frequentate; 20 novembre 1824: Annunzio e commento dell'Anno Santo 1825; 5 ottobre 1826: Setta cosiddetta dei liberali muratori.

 

 

 

Da una circolare:

 

Di quest'ultima, interessante circolare diretta da Tonara ai parroci arborensí, riporto il seguente brano, indice dello zelo del pio superiore: « A preservare le vostre greggi da questa strage, non dovete voi affaticarvi? Predicate voi continuamente, istruite con tutta pazienza e dottrina per stabilire e confermare sempre più nelle menti e nei cuorì la vera, cristiana giustizia: fate sentire le pene gravissime che la Chiesa impone a quelle società, che covano nei loro segreti idee di libertinaggio, di irreligione, d'empietà; ma fatele sentire in modo che i vostri popoli apprendano più a temere e a fuggire i mali ed i pericoli stranieri che finora fortunatamente non conoscono... Pregate, scongiurate nel nome di Gesù Cristo, non lasciate alcun mezzo intentato... fatevi tutto a tutti, ricordandovi sempre che il Signore ricercherà con tutto rigore dalle vostre mani il sangue di quegli infelici, i quali, o per non essere stati abbastanza istruiti o per non essere stati ammoniti in tempo o per non essere stati corretti con la dovuta prudenza avranno pervertito le loro idee e le loro massime ed avranno quindi incorso l'eterna dannazione...».

Tali lo zelo e lo sdegno del superiore ecclesiastico. E qui si può ricordare che il fondo del materiale lasciato dal vicario Tore, si può riscontrare «passim» negli archivi della curía diocesana e del capitolo. Importanti soprattutto: circolari, notificazioni, note amministrative, elenchi delle parrocchie con i relativi sacerdoti e le opportune indicazioni qualificative.

Per scrivere la circolare menzionata, il canonico Tore trascorse l'estate del 1826 in Tonara, nella casa paterna, dove non mancava di recarsi qualche volta per dare intermezzo alla sua continua fatica e per curare con l'acqua di una sorgente vicina la sua salute malandata.

Fu appunto in quella casa accogliente che stette una notte Carlo Alberto, principe di Carignano, durante la sua prima visita in Sardegna, nella primavera del 1829. E fu ugualmente quella sorgente di acqua purissima, vicina alla casa dianzi ricordata, ad essere frequentata dal canonico Tore, fonte che conserva tuttora il nome di «funtana de Munsegnore», dove il paziente si faceva accompagnare da un uomo, al quale dava ogni volta istruzione catechistica e due lire d'argento.

 

 

 

“Bonus pastor”

 

Per quanti conoscevano e ammiravano tanta pietà e tale vastità di operosa dottrina, unite con lo zelo per le anime, non fu una sorpresa quando nel 1828 il canonico Tore fu preconizzato vescovo di Ales.

Appena due mesi dopo, precisamente il 25 maggio, ricevette la consacrazione episcopale in Bosa: ben presto raggiunse la sua sede. Nella pienezza del sacerdozio continuò ad effondere il suo zelo illuminato e tenere sempre viva 1' accesa fiamma apostolica. Agli amici e agli ammiratori della sua resistenza al lavoro e della dignità vescovile - da lui altamente intesa e disimpegnata - diceva sorridendo: «Devo in genere questi aspetti alla mia vita, passata accanto al popolo; in particolare li riferisco alla parrocchia di Aritzo, e alla memoria di tre vescovi, che vi furono parroci». Così il modesto presule commendava il sacerdote cagliaritano Giuseppe Stanislao Concas, che per dodici anni fu parroco in Aritzo e per quattro anni vescovo in Bosa, poi morì a Scano Montiferro il 13 dicembre 1762, cadendo da cavallo, vittima del suo zelo apostolico. Allo stesso tempo il vescovo Tore intendeva menzionare e lodare il tempiese Dott. Giorgio Manurrita che resse la parrocchia di Aritzo dal 1802 al 1808, poi la chiesa di Gergei e infine la diocesi dell' Ogliastra. Pratici e sapienti furono i decreti lasciati nelle visite pastorali dal vescovo Tore: la comprensione delle necessità spirituali e materiali inerenti alle parrocchie della diocesi non fu separata dalle norme ammonitrici di governo, nelle quali, prevenendo i tempi del grande educatore Don Bosco, era antiveduta quella formula di tutto un sistema educativo, che fu detto posteriormente: < Prevenire, non punire». In tutte le occasioni il vescovo Tore mostrava una penetrante conoscenza e una paterna introspezione delle anime.

Per nove anni continuò a fare suo il motto apostolico: < Nos vero orationi et ministerio verbi instantes erimus». E girò nella sua diocesi, dai monti al mare, con quei mezzi ristretti di comunicazione, che poche volte gli permettevano il lusso di una carrozzella e l'obbligavano a viaggiare a dorso di cavallo: così compariva, angelo di pace, nelle parrocchie, in mezzo al popolo, tra quella devota, entusiastica deferenza, che formava l'orgoglio dei nostri antenati.

Pertanto immutabile restava il metodo delle attività parrocchiali, che il vescovo aveva seguito in «Azzara» e in Sorgono (l'errato « Sisterno» della bolla pontificia): il riconoscimento e la benemerenza sacerdotale sono ricordate in quel documento romano (Eubel, op. cit., vol. VII, pag. 386).

 

 

 

Arcivescovo di Cagliari

 

Nel 1837, con bolle pontificie del 2 ottobre, fu traslato alla sede arcivescovile di Cagliari, con l'incarico di amministratore della sua prima diocesi. Né lo zelo, né la pietà diminuiscono con il crescere degli anni. Ma l'aumentato lavoro delle sue sollecitudini pastorali nella vasta archidiocesi, il senso sempre più profondo della responsabilità e soprattutto lo zelo e lo spirito di sacrificio finiscono di logorargli prima del tempo lo stanco organismo. Il diuturno lavoro sedentario compiva inesorabile i suoi dolorosi effetti.

Con rassegnazione cristiana e fortezza senza pari il pio arcivescovo alimentava il suo spirito, che già esultava nel premio del servo buono e fedele, a riprova e a corona delle sue virtù. Tra le diverse disposizioni assegnò la massima parte della sua biblioteca alla parrocchia della nativa Tonara.

Davanti a quei libri e davanti al ritratto a olio che raffigurava lasua modesta statura personale, un altro arcivescovo, mons. Antonio Soggiu da Ghilarza, si fermerà il 24 luglio 1873 durante la visita pastorale in Tonara: egli comunicherà ai presenti la sua intensa commozione, ricercherà di un parente dell'arcivescovo Tore e lo ritroverà in un ragazzetto pensoso, il futuro canonico arborense Felice Tore, che egli terrà agli studi. E lo stesso arcivescovo Soggiu richiamerà con infinita gratitudine il suo generoso benefattore, l'arcivescovo Antonio Raimondo Tore, che lo aveva tenuto agli studi e guidato all'altare.

 

 

 

Sereno tramonto

 

Nel Catalogus Archiepiscoporum Caralitanorum leggiamo il seguente elogio: «LXV - 1873 -Antonius Rajmondus Tore tonarensis S. Theologiae doctor, verbi Dei praedicator eloquentissimus, plurium Paroeciarum regimen tenuit, postea canonicus theologalis Capituli arborensis renuntiatus fuit et, vacante sede, Vicarius capitularis electus dein anno 1828 aetatis suae 47, ad Episcopatum Usellen-Terralben, administrator apostolicus in spiritualibus et temporalibus, anno 1837 constitus. Ecclesiam primatialem sumptibus ornavit; dumque maiora de illius pastorali zelo ac munificentia sperabantur, post diuturnae aegritudinis afflictationes, quas patientissime toleravit, hanc vitam cum immortali commutavit, die 9 marzi 1840» .

Da quest'elogio, che a tanto nome non poteva essere migliore, è inseparabile il riconoscente ricordo degli umili. In un volume della biblioteca parrocchiale di Tonara, consunto dall'uso e da oltre un secolo di esistenza, una mano tremolante di vecchio aveva scritto: «alle ore 7 di sera del 9 marzo 1840, in una bella giornata spirò beatamente in Cagliari il benefattore arcivescovo Tore».

Questo modestissimo cenno ricorda che in molti cuori la gratitudine sopravvive ancora e che specialmente per gran parte del popolo non è vana parola; quella nota disadorna e quasi insignificante ci mostra la paterna figura del pio arcivescovo, che compiva il suo transito nella serenità dei giusti e nel rimpianto dei buoni, mentre per lui si era spenta ormai l'ultima luce del giorno e si era iniziata la seconda vita, che non è tinta dal tempo né diretta al tramonto.

 

 

                                                                                      

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